Il dollaro statunitense non è avanzato questa settimana sulla scia dei tamburi di guerra o delle tensioni geopolitiche. Al contrario, continua a salire per ragioni più ordinarie ma altrettanto persistenti: semplicemente non c'è stato abbastanza "carburante" per gli orsi da giustificare posizioni corte ai livelli di apertura della settimana. I trader che speravano in un flusso di dati statunitensi deboli a supporto delle vendite di dollari si sono invece trovati "vuoti", e questa assenza da sola ha sostenuto il biglietto verde.
I tassi di finanziamento G10 a una settimana garantiscono ancora al dollaro un rendimento annualizzato del 4,14%, il che non è certo un incentivo a rimanere short. (Questo spiega perché gli operatori si sono mantenuti in intervalli più ristretti nelle ultime due settimane). In aggiunta a ciò, i dati immobiliari statunitensi hanno mostrato che le vendite di nuove case sono tornate ai livelli di inizio 2022, costringendo il mercato a riconoscere che il rallentamento non è ancora la narrazione principale. Persino i prezzi dei Fed Fund, che hanno toccato il fondo a metà settembre, sono aumentati di 5 punti base. Una mossa modesta, ma sufficiente a dimostrare che il fronte del "taglia 50 punti base ora" non ha il controllo.
I dati odierni includono le richieste di sussidio di disoccupazione e le vendite di case esistenti. Si prevede che le richieste di sussidio di disoccupazione scenderanno nuovamente a circa 230.000, annullando il precedente picco a 264.000 (in seguito rivelatosi derivante da una frode in Texas). Un mercato del lavoro stabile non è il tipo di indicatore che gli investitori possono usare contro il dollaro. Le vendite di case esistenti potrebbero risultare più deboli – consensus a 3,95 milioni di unità all'anno – ma è improbabile che ciò attiri molta attenzione dopo l'"impennata" delle nuove abitazioni.
Nel frattempo, otto portavoce della Fed sono schierati come attori su un palcoscenico affollato. Steven Miran dovrebbe riprendere il suo consueto ruolo di "falco ultra-colomba", spingendo per tagli più rapidi e incisivi. Ma il mercato conosce bene il suo copione; la sua voce da sola non basterà a far muovere il dollaro a meno che non si unisca a lui un "coro" più ampio di funzionari della Fed.
L'indice del dollaro (DXY) si aggira intorno a 98, come una nave bloccata in acque tranquille. Senza dati statunitensi più deboli a fornire slancio agli orsi, il dollaro rimane stagnante, frustrando coloro che scommettono sul suo declino.
Per quanto riguarda l'euro, il suo ultimo calo è sembrato più una "delusione dei dati locali" che un'autentica forza del dollaro. Le letture dell'indice Ifo tedesco hanno fatto scoppiare la bolla dell'ottimismo, ricordando ai mercati che lo "stimolo fiscale" spesso assomiglia più a una contabilità creativa che a una nuova spesa. L'Europa potrebbe trovare un terreno più solido in seguito, ma è necessaria pazienza. In assenza di titoli della BCE oggi, l'EUR/USD rimane in balia dei flussi statunitensi. Una rottura sotto 1,1725 potrebbe aprire la strada a 1,1675, sebbene gli acquirenti rimangano "in agguato nell'ombra".
Lo yen giapponese rimane sotto tiro incrociato del mercato. È riuscito a ottenere un modesto rimbalzo dopo che i verbali della BoJ hanno ribadito la volontà di aumentare i tassi "un giorno", ma non si trattava di una novità. I riflettori sono invece puntati sul "kabuki politico giapponese", lasciando lo yen in ostaggio degli sviluppi interni. L'USD/JPY ha mantenuto il suo rimbalzo, ma le sue prospettive tecniche rimangono fosche a meno che gli Stati Uniti non forniscano una serie di dati migliori del previsto.
Per ora, il dollaro statunitense mantiene il sopravvento non perché abbia preso il potere con una forza schiacciante, ma perché l'"opposizione" è troppo debole e divisa per lanciare una sfida seria. Sui mercati, l'inerzia può a volte essere la forza più potente di tutte.
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